Poesie tratte da «Manto di vita», silloge di Pietro Pancamo  pubblicata nel 2005 dalla casa editrice LietoColle di Como

Decomposizione psichica

 

Musica come bava alla bocca:

e il cielo si gonfia tra le urla dei pazzi,

il loro sguardo è vento

che si perde nel labirinto di stelle.

 

Ogni parola è una stella

che splende di saliva: e cieli agitati

innevati di stupore

tramontano lontani,

evocati dalla morte.

 

Il mio cielo

è questo mio cervello

pieno di tralicci spezzati

e di barriere sventrate

e d’acque ferite

e di binari sradicati

che si mordono col ferro.

Dentro le vene,

aggrovigliate come un gomitolo

di dolore,

il sangue è un fiume abbandonato

terso di rumori prosciugati.

 

La morte è silenzio stonato.

 

Pietro Pancamo

(pipancam@tin.it; pietro.pancamo@alice.it)

 

Somiglianze

 

A quest’ora

ogni paese

è un fagotto

di stelle e di buio.

 

Ma lo è pure

questo cielo vagabondo

(guscio d’aria e di respiri)

che stringe in un solo mondo

città, mari e tempeste.

 

Ma lo è pure

questa via

(intirizzita di pioggia)

col suo buio

incatenato ai lampioni

e un po’ di stelle

che sussurrano al mio palazzo

la ninna nanna:

vedo tante finestre

chiuse fra perimetri di sonno.

 

A quest’ora

ogni uomo

è un fagotto

di buio e di stelle.

 

***

 

Spiegazione di un giorno

 

Il giorno che saltella

lungo le impronte delle mie scarpe;

il giorno che saluta frantumato,

quasi appostato

fra le dita.

Ogni minuto è fluido di rumori:

sbattono le ali

contro pannelli d'aria. L'impatto

vibra di scherno:

è un lazzo di sdegno

voluto dalla mia notte.

 

***

 

Amore o desolazione?

 

Mangiamoci il tacchino riscaldato:

andiamo verso il forno

tenendoci per mano.

 

***

 

L’ironia

 

Indosso la magrezza

con la disinvoltura

di chi ironizza.

 

Eh, ironia

con te la disperazione

è filosofia!

Ma senza di te,

ahinoi,

la poesia

è pura (mera) melanconia.

 

***

Confronto

 

S’alza al mattino

un fumo di tigri

dalle iridi aperte,

in campagna;

un’espressione grinzosa

rimbocca la faccia

dei contadini.

 

E mentre il fiume

s’accalca ai loro piedi,

si spulciano gli occhi

scrupolosamente

trovandovi affogate

zampette di ragno.

 

Io invece,

montanaro del cuore che batte,

m’inerpico per un letto castano

di mie pietruzze in salita.

Poi, di sera,

– tornando a zonzo verso casa –

sembro un fantasma nero che,

appuntito come un ago,

viaggi sui trampoli del buio.

 

***

Io adesso festeggio

 

Nel vento,

ossigeno vettoriale

che m’indica la distanza

(ovvero la forza)

fra me e l’orizzonte,

la naftalina di vecchie allegrie

mi tiene conservato il cuore.

 

Ecco perché

io adesso festeggio:

sì, come Athos

– uno dei quattro

bravi un tempo a danzare

a lume di lama –

m’infilzo preciso

una bottiglia alla bocca

deciso a brindare.

 

***

Sui vetri appannati

 

Sabbiature di letto e di lenzuola

durante la malattia

semplice e leggera.

 

Sui vetri appannati

l’inverno, intanto,

stacca ideogrammi

di cuoio, di spazio

di lotta serena.

 

***

Gioachino

 

Per il nonno, si sa,

la giornata è divisa

nel crepuscolo della sera

(la notte)

nel crepuscolo del mattino

(il pomeriggio)

e nel crepuscolo della notte

(l’alba).

Uno: si stiracchia

azzuffandosi con l’aria

e s’afferra a quella luce

che sbrodola tra le persiane;

Due: lo sguardo cascante

e i capelli sgangherati dal sonno,

striscia qualche passo

fino allo specchio;

Tre: guarda la sua immagine

che trafigge il vetro

e da questo momento

vive le sue ore

come un riflesso bendato di carne;

Quattro: mi saluta con parole vitree;

Cinque: sradica i passi

fino alla sedia,

spiegazza il corpo sullo schienale

gualcendo le ginocchia

contro il muro.

Posa le mani, come due tele di ragno,

sul davanzale

e sta vicino alla finestra,

tanto vicino quasi annusasse il vetro.

 

***

 

Vecchiaia: canto di un barbone errante della discarica

 

I

Quanta spazzatura

che mi ritrovo addosso

nelle dolci siepi di bosso.

Qui tra le foglie verdi

han fatto una discarica.

L’oblò di lavatrici scoperchiate

è un belvedere

per le formiche nere.

(Provviste nel secchio:

alimenti scompagni

come le scarpe vecchie,

bucate dalla noia dell’usura).

“Alla discaricaaaa!!”,

gridano torme di rifiuti.

 

II

Caldo e fetore

nei venti acuti

si mescolano a formare

uno smog estivo.

(Infatti se gli uomini

dàn di matto,

la sporcizia dà di puzzo).

Così il rosso del mio sangue,

che ogni mattina si sveglia,

non vuol dire più

rigenerazione

ma soltanto

riciclaggio.

 

***

 

Racconto

 

I: in casa, di sera.

Dalla finestra aperta

mi prende ancora

a ditate nel cervello

questo calore in maniche di luna,

che mi costringe sempre

a sentirmi male.

Tanto male:

un concerto di cicale

il silenzio

che si sgretola nel muro.

 

II: fuori, di notte.

Ma penso ai ricordi:

lo so che migrano

suscitando lo spazio.

Anche esterno.

Così almeno posso uscire.

Infatti eccomi:

vado a camminare.

 

E passeggiando zoppo

fra lune di tempo,

trovo un angolo d’ombra

come uno spiraglio di stanchezza.

Il sonno batte nel cervello

come un altro cuore doloroso:

e alla fine

mi riporta il silenzio

che,

riflesso dai torsi lucidi delle finestre,

sembra una fessura acuminata.

La attraverso ferendomi tanto

e, insanguinato di graffi,

(graffiato di sangue)

emergo nuovamente

ai vetri di un ricordo.

Mi affaccio.

 

Se guardo davvero a lungo,

poi riconoscerò nell’aria del mattino

 

(le campane, non per me,

sono l’alba

popolata di prime ore)

 

i detriti del mio semplice destino.

 

(pipancam@tin.it; pietro.pancamo@alice.it)