Le interviste di Pietro Pancamo

Each man kills the thing he loves. Intervista a Maria Grazia Calandrone

-di Pietro Pancamo-

Viene annoverata dalla critica fra le voci più significative dell’attuale poesia italiana, lavora per la Rai come autrice nonché conduttrice di programmi radiofonici e cura una rubrica di inediti per il mensile internazionale «Poesia». Di chi sto parlando? Ovviamente di Maria Grazia Calandrone che, in occasione dell’uscita della sua ultima silloge di versi (Serie fossile, Crocetti, 2015), mi ha gentilmente rilasciato l’intervista che segue:


 

PANCAMO: Quali sono state le tappe principali della sua carriera di poetessa?

CALANDRONE: Faccio un po’ fatica a pensare la mia avventura nel mondo della poesia come una “carriera”, perché ho cominciato a scrivere nell’infanzia per obbedienza e per necessità e l’esposizione pubblica è stata progressiva e lentissima. Certamente un momento cardinale è stato l’incontro con quello che sarebbe poi diventato il mio editore, Nicola Crocetti. Un incontro dalle premesse assolutamente casuali e voluto da lui. La pubblicazione che ne seguì ha significato il mio ingresso nel gruppo di “minoranza” sociale dei “poeti” e ha dunque significato l’uscita da una solitudine durata trentanove anni –per i motivi sopra descritti ho pubblicato “tardi”–, ovvero: confronto, scontro e scambio con chi si era interrogato sugli stessi miei temi e aveva risposto allo stesso mio modo, attraverso la ricreazione del mondo con le parole –un modo solo umano di (ri)pensare e (ri)conoscere il mondo. Io appartengo al “tipo antropologico”, non esemplare e non largamente diffuso, la cui esistenza è stata ipotizzata dal filosofo Cornelius Castoriadis. La tappa fondamentale della mia “carriera” è dunque stata l’uscita dall’ininterrotto senso di straniamento che ha preceduto la pubblicazione del primo libro. Oggi non è quasi più pensabile il mondo com’era fino agli anni Novanta, ma, quando Internet non era diffuso nel modo pluricapillare di oggi –né esistevano Facebook o i litblog con articoli a commenti aperti–, il solo modo per entrare in contatto con i poeti era leggere i loro libri. Conosco vantaggi e svantaggi di entrambi i mondi, ho visto cose che voi giovani umani…


 

P.: Che cos’è la poesia, per lei? Una seconda natura, un mestiere? Oppure la sente come un mito, un destino?

C.: Al principio, come accennavo, era una necessità di introspezione, una volontà di approfondire e sezionare i sentimenti e il mondo attraverso lo strumento conoscitivo della lingua, allo scopo di decifrare la materia magmatica della quale siamo composti, noi come parti non irrisorie della realtà. Ma questa è l’adolescenza. Dunque, “un po’ per celia e un po’ per non morire”, potrei rispondere che la poesia nasce come una registrazione sentimentale da sismografi –o una registrazione delle voci dei morti, dipende dallo stato dell’umore. Questo atteggiamento funziona finché sondare serve a fare luce, a orientarsi in sé come in una caverna platonica, a cercare equilibri e compromessi tra il mondo come dovrebbe essere nei nostri propositi di giustizia e bellezza e lo spettacolo del mondo com’è. Ma poi s’incorre nella benigna noia di sé. Così, si smette di attenersi a quel che si spera e si comincia ad attingere alla conoscenza di sé come se si trattasse dell’esperienza di un qualunque altro esemplare umano (sebbene, come detto, non del tutto esemplare): per sentire quello che altri sentono, sentivano o hanno sentito, per identificarsi e usare la propria esperienza con le parole, al fine di far parlare altri –o di parlare d’altro. Si comincia a fare poesia così come si nasce: lentamente lo sguardo mette a fuoco il mondo. Allo stesso modo, si mette a fuoco una lingua che lambisca e restituisca quanta più parte di realtà possibile. Non disconosco però la poesia come “mestiere”: amo anzi molto le commissioni, che adopero nella loro forma più incoraggiante: sfide.


 

P.: L’afflato a volte cosmologico che caratterizza la sua bella raccolta di versi Serie fossile, mi ha davvero colpito. Ecco perché vorrei domandarle un parere circa ciò che Jung ebbe a dichiarare quando, ad opera di americani e russi, iniziò la corsa alla Luna: “I voli spaziali sono soltanto una fuga da se stessi, perché è più facile andare su Marte e sulla Luna che penetrare nel proprio io”.

C.: Ogni persona è talmente un cosmo da far paura. Inesauribile e parimenti infinita, con le sue leggi, le sue orbite, le cadute improvvise di meteoriti e le oscillazioni, le esplosioni di stelle ormai spente che ancora fanno luce –o meglio, delle quali noi soli vediamo ancora la luce. Vi sono altezze e profondità insondabili e quasi feroci, affascinanti, che l’amore rende capaci di sopportare, più o meno provvisoriamente: dipende da quanto si è disponibili al dissesto, al rovesciamento di sé. Forse la cosa che temiamo di più è proprio quella che desideriamo di più: l’amore. Ne temiamo l’eversione, la dipendenza che crea, temiamo il fatto che ci dissoda, che rivolta le zolle della nostra anima e della nostra vita. Nei buoni propositi dell’adolescenza, l’amore è gioia e bellezza. Ma quello è solo l’inizio. Ben lo sapeva Rilke, che spiega così la voce, all’inizio delle Elegie Duinesi: “[…] e se anche un Angelo a un tratto/ mi stringesse al suo cuore: la sua essenza più forte/ mi farebbe morire. Perché il bello non è/ che il tremendo al suo inizio”. E ben lo sapeva Kafka: “Amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”. O ancora, da La ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde, Jeanne Moreau canterà che each man kills the thing he loves. Ci vuole molto coraggio. Un coraggio da specie antropologica rara? Stando a Pasternak: “Amata, che raccapriccio! Quando ama un poeta/ è un Dio smanioso che si innamora./ E il caos di nuovo sbuca alla luce/ come nei tempi dei fossili”. Ho risposto? Se leggiamo Serie fossile come il canzoniere d’amore che è, forse sì.


 

P.: Cambiamo argomento, adesso. L’attuale dissesto sia sociopolitico che economico di gran parte dell’Europa, e il disagio psichico che spesso affligge l’esistenza dei singoli, hanno una causa o una radice comune? Derivano, forse, dal medesimo errore? E se sì, correggere quest’ultimo –magari con l’aiuto dell’arte e della poesia– sarà mai possibile?

C.: L’errore è globale, io credo, e lo individuo nell’adeguamento di tutto l’Occidente a standard socioeconomici disumani, letteralmente antibiotici. Il risultato è che nessuno vive secondo natura. Natura spirituale, intendo –ma anche natura psicologica, possibilità di sopportare carichi. Siamo schiacciati sotto aliene esigenze di mercato, che scambiamo per nostri desideri: ci hanno maleducati sottilmente a desiderare quello che spontaneamente non desidereremmo –e a perseguire con ostinazione degli standard socioeconomici che ci sono nocivi. Mancando il tempo, manca il contatto, con se stessi per primi. Dunque siamo nella macina e non ce ne accorgiamo. Non sappiamo soffrire, non sappiamo gioire, non sappiamo nemmeno morire secondo natura. Arte e poesia hanno la semplice e profonda funzione di ricordarci chi siamo e di cosa abbiamo più profondamente bisogno, io credo siano strumenti che fanno ponte tra il nostro io-profondo e il nostro io-sociale. Lo specifico poetico ha, inoltre, la funzione di mantenere colme di senso le parole, contrastando così lo svuotamento del linguaggio che la retorica, politica ed economica, opera quotidianamente: sistematicamente, millimetricamente, studiatamente e in maniera efferata.


 

Pietro Pancamo